Questo sito fa uso di cookie per migliorare l’esperienza di navigazione degli utenti e per raccogliere informazioni sull’utilizzo del sito stesso. Proseguendo nella navigazione si accetta l’uso dei cookie; in caso contrario è possibile abbandonare il sito.

LA GROTTA DI SAN TEODORO  

La singolarità e l’importanza della grotta è data dal ritrovamento delle prime sepolture paleolitiche siciliane: sono cinque crani e due scheletri eccezionalmente completi che per primi hanno consentito una conoscenza approfondita degli antichi abitanti della Sicilia. Il rituale delle sepolture consisteva nella deposizione del defunto in una fossa poco profonda in posizione supina oppure sul fianco sinistro, circondato da ossa animali, ciottoletti e ornamenti composti da collane fatte con denti di cervo. Tutte le deposizioni furono ricoperte da un leggero strato di terra e al di sopra fu sparsa dell'ocra (colorante naturale) che formava un sottile livello. La testimonianza più importante è data dal ritrovamento dei resti fossili di una donna di circa 30 anni, alta 165 cm, alla quale è stato attribuito il nome di Thea (dal latino Theodora) per collegarlo a quello della grotta.

L’INDUSTRIA LITICA

Il deposito della grotta era composto da una stratigrafia di terreni sovrapposti in cui si conservano i resti della frequentazione umana. Si rinvennero focolari, ossa animali appartenenti per lo più a resti di pasto e abbondante industria litica appartenente a una fase finale del cosiddetto orizzonte epigravettiano del Paleolitico Superiore (circa 12000-8000 anni a.C.). L’industria litica di San Teodoro è composta da strumenti diversi che l'uomo utilizzava nella caccia e nelle attività di lavoro come la lavorazione delle pelli e la preparazione del cibo. Essa era fabbricata con rocce che si raccolgono nel territorio, la quarzite e la selce. Gli strumenti in selce sono spesso di dimensioni piccole (microliti) con grattatoi, punte a dorso e geometrici, mentre quelli in quarzite hanno dimensioni maggiori e vi sono bulini, grattatoi, lame-raschiatoio e punte a dorso. L'abbondanza di industria litica mostra che la lavorazione, cioé la scheggiatura della selce e della quarzite, avveniva sia all'interno che all'esterno della grotta. La ricca presenza dei Geometrici (strumenti di piccolissime dimensioni a forma di triangoli) ha fatto considerare questa industria come una facies regionale, tipica della Sicilia, tanto da essere denominata "facies di San Teodoro".   I resti animali indicano la presenza di cervo, bue preistorico, e cinghiale, mentre lo studio dei carboni ha fornito dati sull'ambiente presente nei dintorni della grotta di quel periodo che doveva essere formato da un bosco di querce e aceri. All'interno della grotta, al di sotto degli strati con le testimonianze del paleolitico, i sedimenti più profondi contengono resti scheletrici di vertebrati (iena, lupo, volpe, cinghiale, bue preistorico, elefante endemico, cervo endemico, piccolo cavallo) e di coproliti di iena, in un periodo (pleistocene superiore, circa 125.000-35.000) in cui la grotta era frequentata da popolazioni di iene che nel tempo hanno trasportato frammenti di carcasse di animali predati. La tana delle iene (crocuta crocuta spelaea) è stata datata dagli scavi Bonfiglio (1998, 2002) alla fine del Pleistocene superiore (circa 35000 anni da oggi). All'interno della grotta ma soprattutto all'esterno numerosi frammenti ceramici pertinenti a vasellame di varie epoche individua la presenza di gruppi umani preistorici dell'età del Bronzo e di frequentazioni avvenute anche durante il periodo greco e romano fino ad epoca moderna. Questi documenti offrono altre notevoli possibilità di ampliare le conoscenze archeologiche sul territorio di Acquedolci.  

All'esterno della grotta: il bacino lacustre e il DEPOSITO A IPPOPOTAMI

Davanti all’alta parete calcarea su cui si apre la grotta di San Teodoro si estende un deposito paleontologico contenente numerosissimi resti fossili di Hippopotamus pentlandi. Il deposito è il residuo di un antico bacino lacustre esistente durante il Pleistocene medio (700.000-125.000 anni da oggi). I resti fossili di ippopotamo di Acquedolci risalgono alla fine del Pleistocene medio e cioé a un'età di circa 200.000 anni. Questi fossili, nonostante l’intensa frantumazione subita, rappresentano un importante contributo per lo studio morfologico e filogenetico dell’ippopotamo pleistocenico della Sicilia. Ad Acquedolci l'esistenza di un bacino lacustre ha permesso la vita a popolazioni di ippopotami i cui resti scheletrici, seppelliti nei sedimenti al fondo del bacino, si sono conservati a migliaia per cui il deposito offre un’abbondanza di resti tale da permettere uno studio dettagliato degli ippopotami e di riconoscere le altre specie di mammiferi presenti.  

IL MUNICIPIO

LA CHIESA MADRE