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FESTA DEL LETTO SANTO
Nella seconda domenica del mese di settembre l’areale che comprende alcuni paesi dei Nebrodi occidentali è interessato da un pellegrinaggio che ha per meta il Santuario del Letto Santo, posto sul monte Croce Santo Stefano a circa 900 metri di altezza  e ricadente nel territorio comunale. Il Santuario, edificato in epoca normanna come monastero benedettino denominato “di Santo Stefano in Valdemone”, con una chiesa annessa, sorse come feudo ecclesiastico e fu forse il primo nucleo dell’antico casale conosciuto come Santo Stefano di Mistretta, poi distrutto dalla frana secentesca; esso fu per secoli un complesso fortificato, ideato come struttura difensiva contro eventuali aggressioni provenienti dall’esterno, in specie dal mare, in forza della straordinaria conformazione orografica del sito, dal quale era, ed è, possibile spaziare con lo sguardo in tutte le direzioni e tenere così sotto controllo anche il litorale. Secondo una tradizione locale, sarebbe stato Gesù in persona a scegliere il luogo in cui custodire il suo “letto”, ossia la sua crocevista come giaciglio, ed Egli stesso durante la ricerca del sito più idoneo a tale scopo avrebbe scartato alcuni luoghi dislocati lungo la salita al monte. Detti luoghi, ’a crucidda,’u saramentu (o ’a Nunziata), ’a cruci e ’a serra di Sant’Antoniu, costituiscono ancora delle importanti stazioni per i fedeli che effettuano a piedi il pellegrinaggio al santuario. Un tempo la permanenza dei pellegrini presso il santuario si dilatava arrivando a comprendere alcuni giorni; i casuzzi, ricoveri oggi messi all’asta e occupati per di più daigestori delle bancarelle ma un tempo destinati ai vari gruppi di devoti, probabilmente distinti per zone di provenienza, offrivano la possibilità di vivere una volta l’anno la dimensione festiva in tutta la sua variegata fenomenologia: gli aspetti devozionali, le funzioni religiose, le pratiche esorcistiche (quale di fatto è la binirizioni è quattruparti rumunnu che conclude la processione intorno al Santuario dopo l’ultima messad ella giornata), il voto e le sue liturgie, la consumazione del pasto comunitario non più in senso eucaristico sibbene attraverso la degustazione di carni arrostite alla brace, i fantasmagorici joch’ ifocu. Fari u viaggiu, come viene denominato l’atto di compiere il pellegrinaggio, è moltopiù che il banale percorrere un tragitto per motivi devozionali; u viaggiu rappresenta l’andare di un gruppo verso un luogo sacro, incontro ad un Nume cui viene riconosciuto il potere, oltre che di esaudire i voti ed esercitare determinate facoltà terapeutiche, anche e soprattutto di conferire sempre nuovo senso all’esistenza del gruppo vivificandone i miti e confermandone la validità degli orizzonti. Da Tusa, da Caronia, da Mistretta, da Motta d’Affermo, da Pettineo, da Reitano vanno a centinaia i pellegrini, numerosi a piedi, la gran parte ormai in auto, qualcuno ancora a dorso di mulo, a prostrarsi dinanzi alla Santa Croce, letto in quanto giaciglio di morte per Gesù Cristo, raffigurato in un crocifisso ligneo secentesco di fattura arcaica. Chi giunge in auto, cerca di percorrere a piedi almeno l’ultimo tratto di salita, e una volta arrivato nel pianoro su cui sorge il Santuario compie tre giri in preghiera attorno al complesso costituito dalla Chiesa e dalle casuzzi, alloggi per i pellegrini, ad essa addossate. Durante il giorno della festa, come del resto in tutto il mese, si susseguono le messe, intervallate da una intensa attività esterna fatta di bancarelle che espongono poveri beni di consumo e degustazione di prodotti alimentari, soprattutto carni arrostite di vario genere. Una volta reso omaggio al Crocifisso, carico di ex voto, alle cui spalle un affresco che fa da sfondo raffigura l’Addolorata, Maria Maddalena e San Giovanni ai piedi della Croce, e in alto il sole e la luna, l’attrazione maggiore per i pellegrini è rappresentata dalla piccola stanza adiacente la chiesa, nella quale sono stati raccolti i materia li votivi.

SETTIMANA SANTA
La settimana santa a Santo Stefano di Camastra presenta numerose cerimonie.
 Durante il giovedì santo è prassi consolidata la visita ai sepolcri, che hanno da essere fruiti in numero dispari; dinanzi a tali arcaici “giardini” si svolgeva un tempo una veglia notturna, che per i motivi sopra esposti assumeva, al di là della consapevolezza che potessero averne i suoi attori, tutto l’andamento di una veglia funebre. La sera del venerdì le due statue del Cristo deposto, proveniente dalla Chiesa del Calvario, e dell’Addolorata, proveniente dalla Chiesa di Santa Maria della Catena, dopo essersi incontrate presso la Chiesa di Sant’Antonio sono con dotte in processione con grande concorso di popolo; durante il percorso i due fercoli vengono fatti sostare dinanzi a tutte le chiese, e ad ogni sosta alcuni cantori, disponendo si in cerchio, eseguono li parti di la Cruci, potente metafora narrativa dei dolori della Madonna scanditi secondo il numero di spade (spati) che avrebbero trafitto il cuore di Maria, qui in numero di nove anziché sette come nell’iconografia tradizionale della Mater dolorosa. Ogni spatarappresenta una strofa del canto polifonico in cui vengono progressivamente descritti i momenti critici dell’itinerario doloroso della Vergine Maria, ossia la profezia di Simeone durante la presentazione al tempio, la penitenza di Gesù nell’orto degli ulivi e il tradimento, la flagellazione, la derisoria in coronazione e il carico della croce, l’andata al Calvario, la ferocia del seguito e il pianto di Maria Maddalena, la crocifissione, il fiele e l’aceto e la corona di spine, la sosta ai piedi della croce e l’oscuramento del sole, la morte di Gesù e il dolore di Maria e Giovanni, la deposizione dalla croce e il seppellimento. Si tratta di una passione popolare intensamente vissuta dall’intera comunità che partecipa alla processione in attonito silenzio.
La sequenza rituale della Passione aS anto Stefano di Camastra si conclude, alla fine della Via Crucis, in Chiesa con l’esecuzione dello Stabat Mater, ancorché storpiato nella forma dialettale impiegata (Stavedolorosa / iustacruce lacrimosa / dummo pende Pater Filiu), che costituisce storicamente il “superamento”, nella prospettiva di un cristiano controllo degli eccessi e diuna rassegnata contemplazione della morte. Ciò che colpisce in tali cerimonie è l’intensa partecipazione popolare.